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DISCORSO DI PAOLO VI
AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA*

Venerdì, 22 settembre 1972

 

Signor Presidente,

Con deferente pensiero, Ella ha desiderato che la prima visita ufficiale da Lei compiuta fuori dei confini dello Stato Italiano, del quale la fiducia dei Suoi concittadini L’ha chiamato ad essere Capo, fosse riservata al Pastore Supremo di quella Chiesa Cattolica che in Roma ha il suo centro, al Servo dei Servi di Dio che a Roma ha la sua sede episcopale e da Roma trae una denominazione a volta a volta oggetto di venerazione e di ripulsa, ma pur sempre densa di una non oscura e non ingloriosa storia plurisecolare.

Di tale pensiero, di tanto riguardo, Le siamo profondamente grati, signor Presidente. E ciò, non solo per l’onore reso, nella nostra umile persona, alla spirituale e religiosa missione che ci è affidata, ma perché sappiamo che questo Suo gesto risponde ad un intimo convincimento del Suo animo di italiano: memore dei vincoli che hanno nei secoli stretto, ed oggi non meno che nel passato uniscono la Nazione italiana alla Chiesa Cattolica ed a questa Sede di Pietro.

Sappiamo altresì dei sentimenti di affettuosa e cordiale considerazione che Ella nutre per noi personalmente e per la nostra pochezza. Desideriamo darle pubblica conferma, in questa solenne occasione, che tali sentimenti, accompagnati da sincero apprezzamento, per le Sue esimie doti di uomo, di cristiano, di studioso, di statista, sono da noi sinceramente contraccambiati.

Ma, al di là della Sua persona, e da Lei degnamente rappresentato, ci è caro vedere oggi particolarmente a noi vicino l’intero popolo italiano, del quale ci è gradito accogliere il saluto ed al quale ricambiamo i voti di ogni bene.

La storia - ma perché non dire la Provvidenza? - ne ha legato in tanta misura le vicende a quelle del Papato, da quando l’umile Pescatore di Galilea è approdato nel cuore dell’impero romano e vi ha posto la sua Cattedra di Pastore dell’Urbe e dell’orbe. Prerogativa singolare, per chi crede nel carattere divino della Chiesa di Cristo, ed anche, pensiamo, per chi ha il senso degli altissimi valori umani dei quali è portatrice la civiltà cristiana; ma non privo di oneri; non scevro, certo, di responsabilità.

Di ciò consapevole, questa Sede Apostolica sente il dovere di corrispondere auspicando lealmente e favorendo di cuore, nei limiti delle sue possibilità e nel rispetto delle sfere delle rispettive competenze, il progresso anche civile del Paese dal quale è come circondata ed al quale, anche per particolare titolo canonico, il Papa è debitore del suo ministero pastorale.

Da un ormai notevole numero di anni i rapporti fra la Santa Sede e l’Italia, che avevano conosciuto, nelle epoche precedenti, periodi di aspre tensioni e di dolorose rotture, si sono composti in un’equa armonia la cui validità sembra confermata dal suo stesso perdurare nei profondi variamenti che la situazione italiana ha sperimentato nel frattempo, e che il nuovo Stato democratico ha assunto fra le norme fondamentali che ne sostengono l’esistenza.

Tale armonia, ed i Patti solenni che ne costituiscono la base giuridica, la Santa Sede intende, per parte sua, fedelmente rispettare ed anzi promuovere, in spirito di riguardosa amicizia: fiduciosa che anche da parte dello Stato Italiano non mancherà un identico intento, non solo per quel che riguarda le disposizioni del Trattato, ma altresì per la esatta applicazione ed interpretazione delle norme - non meno essenziali ad assicurare regolarità e cordialità di rapporti - del Concordato.

Circa quest’ultimo la Santa Sede si è detta e si ripete disposta ad esaminare, d’intesa con il Governo italiano e con aperta e sincera volontà, l’opportunità di quelle revisioni bilaterali che siano suggerite dalle mutate situazioni e dalle nuove esigenze dei tempi.

Ancor più, però, che su strumenti giuridici, la Santa Sede vuole fondare la sua fiducia di sempre migliori, più cordiali e più positivi rapporti con l’Italia sui sentimenti cattolici del suo popolo, sull’impegno dei suoi governanti nel rispondere alle legittime attese dei cittadini, sul rispetto delle libertà e dei diritti che la Costituzione dello Stato solennemente ed ampiamente assicura.

A conservare, ad accrescere il patrimonio cristiano della Nazione italiana sono intesi gli sforzi costanti della Chiesa, rinvigoriti e resi più aderenti alle presenti necessità dall’impulso scaturito dal recente Concilio Ecumenico Vaticano II. Per il rispetto dei principii generali di libertà e di diritto sui quali, e non sul privilegio, la Chiesa è determinata a contare, la Santa Sede fa affidamento sullo spirito affermatosi nella nuova Italia, e che tutti gli Italiani vorranno sentirsi impegnati a tutelare.

Non abbiamo bisogno di dirle, signor Presidente, che simile tutela, per essere durevole ed efficace, presuppone una salda e convinta formazione morale, nella generazione presente e ancor più in quelle future.

È questo un campo nel quale le preoccupazioni della Chiesa incontrano il più vero interesse dello Stato; perché solo una solida struttura morale, quale particolarmente può offrire la religione cristiana, assicura alle Nazioni quel concorso di apertura generosa ai più nobili ideali, di amore alla libertà, di sensibilità alle ragioni della giustizia e della solidarietà umana, di impegno disinteressato al servizio del bene comune che ne fa la grandezza e garantisce ai Popoli la pace interna, il progresso sociale e l’indipendenza.

Noi crediamo pertanto di manifestare il nostro affetto per quest’Italia a noi tanto prossima, e non solo di adempiere ad un grave officio del nostro ministero, quando auspichiamo per essa, un ordinamento e un costume familiari che rispondano alle sue genuine tradizioni, religiose non solo, ma laiche altresì, per i quali essa si senta, anziché debitrice di imitazione, chiamata semmai ad essere di modello ad altri; o quando invochiamo, nella vita pubblica e privata, quel rispetto delle norme della moralità che è vanto e forza dei popoli e che si addice, per titolo del tutto speciale, ad una Nazione eminentemente cattolica, qual è l’Italia.

Fedele alla sua identità storica, che ne fa l’erede del pensiero giuridico dell’antica Roma e delle ricchezze spirituali e religiose di quella cristiana, l’Italia potrà sempre meglio svolgere anche una preziosa missione in seno alla comunità internazionale, nel rafforzare la voce del diritto di fronte a quella deprecabile della licenza e della violenza e nel sostenere la causa della giustizia e della pace.

Questi, signor Presidente, gli auspici, che, per l’Italia in Lei qui presente, ci sgorgano dal cuore in occasione della Sua visita gradita. Auspicio di grandezza religiosa e morale. Auspicio di continuate amichevoli relazioni con questa Sede Apostolica e di utile servizio alla famiglia dei popoli. Auspicio, insieme, di pace, di benessere e di prosperità per tutte le sue popolazioni, nella operosa collaborazione delle forze vive della Nazione, nel riconoscimento dei rispettivi diritti e delle mutue responsabilità, nell’attenzione prestata con generoso senso di dovere alle regioni e agli strati sociali più bisognosi e meno favoriti.

Questi auspici, ai quali si accompagna quello che formuliamo per Lei, signor Presidente, e per la Sua alta missione, noi affidiamo a Dio, dal Quale invochiamo per l’Italia e per tutti i suoi figli le più elette benedizioni.

 


*AAS 64 (1972), p.620-623;

Insegnamenti di Paolo VI, vol. X, p.950-954;

L’Attività della Santa Sede 1972, p.345-347;

L’Osservatore Romano, 23.9.1972, p.1.

                                             



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