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DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO XII
AL PRIMO AMBASCIATORE DELLA
REPUBBLICA EQUATORIANA PRESSO LA SANTA SEDE,
S.E. MANUEL LARREA RIBADENEIRA
*

 

Signor Ambasciatore.

La settimana di Natale del 1944 abbiamo avuto la soddisfazione di ricevere le Lettere Credenziali del primo Ambasciatore della Repubblica Equatoriana presso la Santa Sede.

Tre giorni prima circondati dai fedeli della Nostra amata Roma e innumerevoli Rappresentanti. Dei Nostri figli di tutti i continenti, abbiamo offerto il Santo Sacrificio sopra la tomba del Principe degli Apostoli e chiesto all’Onnipotente con ardente preghiera che, per il bene non di questo o quel popolo, ma di tutta l’umanità, volesse abbreviare i giorni della tribolazione e finalmente indirizzare amici e nemici per i sentieri di una pace duratura e costruttiva.

Regnava ancora profondo nel Nostro cuore il ricordo di quella indimenticabile Messa di mezza notte, quando ricevemmo il Suo illustre Predecessore che così grata memoria e alta stima Ci ha lasciato.

Le parole che allora dicevamo volevano riflettere la preoccupazione e l’ansia prodotte dal sicuro presentimento dell’ultima e imminente fase della guerra in quanti non si facevano illusione circa le formidabili difficoltà che la soluzione finale del conflitto avrebbe tratto con sé.

Oggi, nel dare di tutto cuore il benvenuto al nuovo Ambasciatore Straordinario e Plenipotenziario, che la fiducia dell’Eccellentissimo Signor Presidente della Repubblica dell’Equatore Ci manda., possiamo perfettamente comprovare che quelle preoccupazioni sono state dolorosamente confermate dallo svolgersi degli avvenimenti.

Infatti se vi è qualche cosa di caratteristico nell’ora in cui viviamo, è precisamente la scarsità dei risultati, per non dire la sterilità degli sforzi realizzati finora in questo dopoguerra, per conseguire una pace vera, solida e definitiva, che dia e garantisca a tutti, anche ai deboli, ciò che a ciascuno spetta.

E’ un cammino pieno di impedimenti e ostacoli. che rendono inutile ogni diligenza nei negoziatori; ogni accomodamento puramente aritmetico e ogni discussione basata sulla forza.

La cosa, realmente procede da una radice: manca la coscienza di una norma riconosciuta da tutti che sia moralmente obbligatoria e perciò inviolabile la cui applicazione ai problemi concreti della pace trattenga e paralizzi quel sorgere di interessi particolari ed egoistici, e di voglie disordinate del potere.

Dovunque la fede in Dio e la convinzione di non potere sottrarsi giammai alle norme della sua legge, conservano ancora la forza sufficiente per far sì che la loro irradiazione arrivi dalla coscienza degli individui fino al campo della vita pubblica che il contrasto tra le opinioni divergenti può comporsi in un’atmosfera di serietà morale e di mutua lealtà, che apre la via ad una soluzione conveniente anche dei problemi più spinosi.

Al contrario, dovunque si è perso il contatto vivo tra quello che è terreno e quello che è eterno, manca pure nei negoziati quel forte impulso morale, che, nel vero conflitto degli interessi, è indispensabile per ottenere di elevarsi fino a quell’altezza dove la giustizia e la pace, felicemente e fraternamente si danno convegno.

I trattati di pace, nella cui compilazione si dimenticò o coscientemente si negò il rispetto alle leggi del pensiero e dell’azione morale, si vedono privati di quella forza interiore obbligatoria, che è la prima promessa per conseguire la sua bramata vitalità; poi- che la fedeltà ai patti non si può sperare né garantire se le parti contraenti non portano profondamente impresso nei loro spiriti il sentimento della loro obbligatorietà.

Perciò l’umanità deve oggi lamentare la vita effimera di certi trattati solenni, che alla loro compilazione furono salutati come tappe importanti del progresso giuridico internazionale e nel cammino verso una prudente preparazione della pace futura.

In questo modo i problemi e i pericoli mondiali sono, o saranno ben presto, problemi e pericoli per tutti.

Vostra Eccellenza, Signor Ambasciatore, come le sue eloquenti ed elevate espressioni dimostrano chiaramente, è profondamente penetrata di simili convinzioni.

Perciò Ci reca speciale soddisfazione l’udire dalle sue labbra che le Nostre incessanti premure per la pace tra le nazioni incontrano sì cordiale comprensione in un paese come l’Equatore, innanzi al ricordo del quale è difficile rimanere indifferenti poiché in esso, come nelle bianche scarpate di quelle Ande che, più che il suo scheletro sono quasi tutto il suo robusto corpo. l’elevazione la tendenza all’alto e al grande si direbbe che sono qualche cosa di connaturale «bello, maestoso, sublime» nel suo cielo e nel suo suolo, – per dirla con una frase di un geografo poeta, ma non meno bello nè meno sublime nelle anime dei suoi figli: – un giglio di Quito, il fiore candido e mortificato che a poco a poco va avvicinandosi ai supremi onori degli altari; un García Moreno il Governatore geniale, il fedele figlio della Chiesa, il Martire della sua fede; – né meno bello, neppure nel bel dire della sua inspirata poesia, negli inizi della quale fu autore principale nientemeno che un Lorenzo di Cepeda, fratello dell’estatica serafina del Carmelo.

Vostra Eccellenza appartiene pure ad una Nazione, dalla storia della quale non si possono separare l’eredità della cultura e della tradizione giuridica latina e il ricco patrimonio della religione cristiana; un paese ed un popolo che vivono sotto la protezione di quel Cuore divino, «che ha amato tanto gli uomini», popolo che siamo certi sarà sempre fedele alle sue tradizioni spirituali e ai suoi principii morali basilari.

Con sì consolanti speranze invochiamo le migliori benedizioni del cielo sopra l’Eccellentissimo Signor Capo di Stato, sul Governo, sopra il cattolico popolo della Repubblica e in modo speciale su di Vostra Eccellenza, suo degnissimo rappresentante, mentre le assicuriamo che, nel suo ufficio, indirizzato ad ottenere che le relazioni tra la Santa Sede e l’Equatore siano sempre più fiduciose e fruttuose, incontrerà sempre in Noi l’appoggio più sollecito e cordiale.


*Atti e discorsi di Pio XII, vol. X, p.189-193.

 



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