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RADIOMESSAGGIO DI SUA SANTITÀ PIO PP. XII
PER LA RISORTA BASILICA DI S. CHIARA A NAPOLI
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 Lunedì, 20 luglio 1953

 

Con l'animo ricolmo di paterna letizia e spiritualmente presenti in mezzo a voi, diletti figli e figlie di Napoli, desideriamo di rivolgervi oggi la Nostra parola, mentre celebrate solennemente il ritorno all'antico splendore della celebre vostra Basilica di Santa Chiara, in così breve tempo risorta dalle ceneri delle belliche devastazioni, quasi per un prodigio di volontà e di fede.

Post fata resurgam: par che inneggino i sacri bronzi della salda sua torre, indicando la rinnovata mole del Tempio, che da oltre sei secoli è strettamente legato alle vicende, alla cultura, all'anima popolare di Napoli, sicchè il nome della Basilica e del monastero di Santa Chiara ricorre frequentemente non solo nella storia della Città e dell'antico Reame, ma nelle stesse leggende popolari e nel melodioso fraseggio delle vostre canzoni.

Comprendiamo pienamente la gioia di ciascuno di voi nel risorgere dell'insigne monumento, Noi che sentimmo nell'animo Nostro lo schianto per la sua distruzione, anche allora spiritualmente presenti nel lutto di quel tragico pomeriggio del 4 agosto 1943, quando l'ala devastatrice della guerra, quasi nel dimani dello scempio arrecato a questa stessa Nostra Roma, si abbattè spietata sulla vostra bella città, tramutandola in un terrificante rogo, nel quale furono colpiti o incendiati, insieme con venerandi templi, umili case di popolani, palazzi onusti di arte e di storia, cantieri e officine, mietendo innumerevoli vittime fra innocenti e pacifiche famiglie. Quella sola offesa aerea bastò ad accumulare in breve ora maggiori macerie e lutti di qualsiasi cataclisma naturale che la storia della vostra Città dolorosamente ricordi.

Eppure, fra tante rovine, su cui piangeste quel giorno, la più lacrimata fu senza dubbio la vostra Basilica di Santa Chiara, percossa quasi a morte o certo più gravemente che gli altri circostanti edifici. Allorché la nube che gravò sulla Città fu dissipata dal vento, la Basilica apparve irriconoscibile nella sua immensa iattura: priva del tetto e con i soli muri esterni anneriti e squarciati, divenuti ormai desolati custodi di un mucchio informe di macerie. Ciò che alcune ore prima erano pregiati affreschi, antiche sculture, lucidi marmi, sacri altari: tutto giaceva incenerito; l'Aula Regis non era ormai più che un rudere fumante.

Quelle mortali ferite addolorarono profondamente il cuore di ogni figlio di Napoli, come se avessero colpito qualche cosa di suo proprio e quasi sè stesso. Quanti ricordi infatti serbavano da secoli quelle sacre mura! Quale ricca sorgente di vita religiosa, culturale e caritativa era scaturita e tuttora sgorgava da quella reggia di Dio e dagli annessi convento e monastero racchiudenti il celebre chiostro maiolicato! I quali sacri edifici, insieme con quelli contigui e similmente grandiosi di varie Comunità regolari, rappresentarono in passato il cuore religioso e civile di Napoli; tutti furono in quel pomeriggio più o meno gravemente mutilati. Nondimeno la Basilica di Santa Chiara primeggiava per antichità e venerazione. La sua stessa fondazione, voluta dal Re Roberto d'Angiò, il quale ivi stesso ebbe degno sepolcro, e dalla sua consorte Sancia di Maiorca, cui devesi in particolare il monastero, rifletteva la grandezza di animo e la fede della Napoli del Trecento. Qui furono proclamati e incoronati Re e Regine; qui, auspice la religione, le Autorità civili prestavano il giuramento ai loro Principi; qui, per volere del Nostro Predecessore S. Pio V, fu consegnato il trofeo della battaglia di Lepanto — che fu vittoria della intera Cristianità — al pio Giovanni d'Austria. Innumeri solenni fasti della Chiesa Partenopea si svolsero tra quelle mura, che videro quasi ininterrottamente pregare e operare alla loro ombra Santi e Sante, dei quali fu sempre madre ed ospite la vostra Città, che ogni anno ama di vederne le argentee statue, recate dal popolo — per antica tradizione che verrà presto ripresa — in Santa Chiara, nel rinnovarsi del Miracolo, per cui è celebre nel mondo il vostro inclito Martire e Patrono S. Gennaro.

Non era possibile che una Città, quale è la vostra, tanto sensibile ai valori spirituali e cosí fervida fautrice degli studi storici, a cui i suoi migliori ingegni furono sempre dediti, si rassegnasse a considerare irreparabilmente perduto tanto passato di gloria, illustrato e scolpito nei sepolcreti, negli affreschi, nei cimeli, di cui la Basilica era gelosa custode. Nessuno dubitò, dal giorno stesso della devastazione, che Santa Chiara sarebbe risorta a ricongiungere il passato con l'avvenire e a ristorare la fresca vena di vita religiosa in mezzo al popolo. A questa concorde certezza devesi attribuire il prodigio della sua rapida rinascita, di cui sono prima di tutti benemeriti i Figli di S. Francesco, accintisi all'immane fatica, si può dire, il domani stesso del disastro. Il loro zelo per la casa di Dio e il comune voto dei Napoletani trovarono fin da principio valida accoglienza presso le Autorità civili, sia della Città che della Nazione, le quali elargirono con encomiabile munificenza i fondi adeguati ad una completa ricostruzione. A questa, con alacre animo e provata competenza, si accinsero gli organi destinati alla esecuzione dei difficili restauri, vale a dire la Sopraintendenza ai Monumenti di Napoli, gli esimi architetti e le operose maestranze. Poichè le sovrastrutture e i rivestimenti settecenteschi erano andati senza riparo distrutti, con felice scelta si stabilì di ridonare al Tempio il suo pristino volto gotico provenzale, disegnato sul principio del Trecento da Gagliardo Primario. In tal modo, dopo un solo decennio, a voi medesimi che ne piangeste la rovina, è data oggi dalla divina Benignità la letizia di ammirare risorto dalle ceneri l'antico Tempio angioino nella serena austerità degli archi a sesto acuto, delle bifore, dei rosoni, e nella semplicità lineare delle decorazioni, che vi richiamano con maggior fedeltà alle tradizioni dei padri.

Ma alla odierna legittima vostra gioia per aver concordemente voluto portare a termine un'opera così ardua, se ne aggiunge una più alta e duratura, per essere voi stessi oggetto dell'ammirazione Nostra e di tutta la Chiesa. Un popolo, che sente di non poter lasciare nell'abbandono le sue chiese distrutte; un popolo, che, pur angustiato da molteplici necessità di ordine materiale, possiede ardimento ed energie per chinarsi a raccogliere e ricomporre i resti infranti del suo passato religioso e civile; un popolo, che, con la medesima volontà ed alacrità, con cui ricostruisce le proprie dimore e i propri cantieri, sa trovare i modi per riedificare la casa di Dio e della preghiera; è un popolo degno di essere additato all'ammirazione degli Angeli e degli uomini, poichè profonda e viva è la sua fede, elevata e compiuta la sua civiltà.

Siano dunque rese grazie al misericordioso Dio, che non pochi sono sulla terra i popoli di tal tempra, i quali, posti in circostanze simili, non tollerano di veder soffocate le rovine delle loro splendide chiese sotto l'erba selvatica dell'abbandono. - Tuttavia a che gioverebbe innalzare sacri edifici o rialzarli dalle macerie, se la Chiesa vivente, di cui ciascuno di voi è pietra, da Cristo scelta e cementata in un unico Corpo, giacesse immota in uno spirituale letargo? Che avverrebbe di essa, in una determinata regione, se i suoi figli non fossero di continuo vigili e solerti nel riparare le lesioni, che la debolezza della umana natura o i nemici di Dio le cagionano, strappandole le anime con falsi miraggi? Per voi, diletti figli di Napoli, come per tutti i cattolici provati dalla guerra, la restaurazione dei templi deve essere monito ed impulso al completo ritorno verso il rigoglio religioso del passato. Le anime, che conobbero il traviamento provocato dai tristi eventi ormai per divina grazia superati, si risollevino; le istituzioni di pietà e di carità rinverdiscano; i pubblici costumi, che risentirono tanto gravemente le scosse del generale disordine, tornino a risplendere di cristiana purezza. Siate soprattutto assidui nel difendere il patrimonio religioso dell'umile e così buon popolo, al presente preso di mira come preda da piegare a scopi che non sono quelli a cui esso ha diritto, vale a dire, maggior dignità, più estesa prosperità e giusta libertà. Quanto più arduo sarebbe riedificare le anime, una volta che fossero state staccate dalla Chiesa e rese serve del materialismo ateo! A che sarebbe valso restaurare per un tal popolo le antiche chiese? In una città che abbia abiurato Gesù Cristo, i sacri templi, se pur restano in piedi, vi rimangono come monumenti sepolcrali, e non come devono essere, sorgenti di eterna vita, di benessere e di civiltà.

Tale è l'invito che la rinnovata Basilica mutamente vi rivolge nel presente fausto giorno. E tale è anche l'augurio del paterno Nostro cuore in questa storica circostanza, resa più memorabile dalla coincidenza del settimo centenario della morte della vergine di Assisi, Santa Chiara, del cui nome il popolo stesso volle condecorare la sua Basilica, già dedicata al Santissimo Corpo di Cristo. Questa esortazione e questo augurio Noi vogliamo avvalorare con le Nostre suppliche all'Altissimo, affinchè la carissima Napoli, che è tra le grandi città la più vicina alla Nostra stessa Sede, mantenga inalterato l'ardore della sua fede e, auspice la Immacolata Madre di Dio, da essa fin da antichissimi tempi venerata con esemplare devozione, fiorisca in felice avanzamento sulle vie del progresso cristiano e della comune prosperità.

Intanto su voi tutti, diletti figli e figlie della Città e della Arcidiocesi di Napoli, sul vostro zelantissimo e amatissimo Pastore, il Cardinale Arcivescovo, sul Clero secolare e regolare, e su tutto il fedele popolo, discenda, propiziatrice dei celesti favori, la Nostra Apostolica Benedizione.


*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, XV,
 Quindicesimo anno di Pontificato, 2 marzo 1953 - 1° marzo 1954, pp. 229 - 233
 Tipografia Poliglotta Vaticana

 



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